Berlusconi,
l’uomo che ha messo lo spettacolo al posto della politica
Articolo
di Personaggi
d'Italia,
pubblicato giovedì 17 settembre 2009 in Francia.
[Libération]
Ci
manchi Pasolini. Ci mancano la tua capacità di diagnostica e
di denuncia, il tuo senso di continuità e discontinuità,
la tua forza d’attacco e il tuo genio poetico. Ci manchi perché
ci manca la tua indignazione, perché l’Italia va male e
non ci si indigna abbastanza.
Se
è vero che la società capitalista contemporanea
funziona più con la seduzione che con la repressione, e che la
società dello spettacolo rappresenta la verità compiuta
del liberalismo realmente esistente, Silvio Berlusconi incarna senza
alcun dubbio il culmine di questo liberalismo, quel culmine in cui la
seduzione vira rapidamente alla repressione come nei bei vecchi tempi
del fascismo. “Fascismo”? La parola importa senza dubbio
meno dei pericoli che denuncia, e non deve certo renderci
indifferenti alle sue moderne trasformazioni. Berlusconi è la
figura di questo regno autocratico dell’economia mercantile che
ha avuto accesso ad uno statuto di sovranità irresponsabile e
ha potuto sottomettere un paese intero con il dominio dello
spettacolo. Lui governa lo spettacolo e lo spettacolo governa
l’Italia.
Oggi
la situazione italiana ha di che far ghiacciare il sangue nelle vene.
È spaventosa, e solo l’immagine che la Francia si ostina
a conservare dell’Italia spiega perché il pericolo non
sia denunciato in modo più urgente e più sistematico.
No, Berlusconi non è un simpatico clown con il senso della
battuta, amante di serate libertine che incarna gli eccessi dell’
italian way of life (spaghetti e mandolino). No, Berlusconi non è
un uomo politico stravagante. Berlusconi è un losco uomo
d’affari, che si è arricchito con i soldi della mafia,
ancora in stretti rapporti con ambienti criminali, che ha distrutto
l’opinione pubblica italiana usando un oppio più forte
di ogni droga, la televisione, e che fa esplodere la separazione dei
poteri riformando la giustizia e intimidendo i giornalisti.
Berlusconi è un pericolo per la democrazia, e se l’Europa
non starà più attenta alle sue malefatte rimpiangerà
in futuro che egli abbia fatto scuola. In cosa consiste la
singolarità di Berlusconi? Molti fattori sembrano
parteciparvi.
Prima
di tutto la sua ricchezza. Le sue origini, come i suoi effetti, sono
devastanti. Silvio Berlusconi è l’uomo più ricco
d’Italia. Questo dovrebbe già essere inquietante di per
sé, quando il potere economico e quello politico si
confondono, la democrazia è in pericolo (Tocqueville: ”
Quando solo i ricchi governano, l’interesse dei poveri è
sempre in pericolo”). Ora, le origini della ricchezza di
Berlusconi sono criminali. Berlusconi non ha nulla del self-made-man.
Viene dagli ambienti più disonesti della politica italiana. La
sua prodezza è stata nell’aver saputo emergere
dall’operazione mani pulite – che aveva cercato di
mettere fine alla corruzione della vita politica italiana- come
un’alternativa, mentre ne era stato una delle cause e ne
restava una delle migliori espressioni.
Gli
effetti non sono meno gravi delle cause. Sono reali e simbolici.
Reali quando Berlusconi compra una parte della classe politica
italiana- si dice pure, in questo paese dove l’ironia è
spesso un modo per nascondere la vigliaccheria: “Prima
Berlusconi comprava le persone, ora alcuni sono pronti a pagare per
vendersi”. Simbolici, quando Berlusconi distrugge il tessuto
della società con una cultura del denaro facile.
Che
una parte della popolazione possa avere come ideale il protettore
organizzatore di “balli rosa”, che non abbia altri
desideri che le ragazze facili e i grossi yacht, si può
spiegare se questa popolazione si vede bombardare dalla
rappresentazione permanente di questo stesso ideale (come per esempio
i ritornelli alla radio, inizialmente insopportabili, poi la loro
continua ripetizione li rende accettabili, poi piacevoli ed infine
necessari). Che questo ideale sia l’unico è un dramma.
Che esso sia incarnato dal capo di Stato [capo del Governo nella
forma corretta, N.d.T.] è una tragedia. E che dire
dell’immagine della femminilità che questo maniaco
sessuale diffonde con le sue televisioni? Le italiane si rivoltano
contro la società delle veline, queste soubrettes in abiti
mini che accompagnano la televisione come un’”immagine di
fondo”: e puttane e sottomesse.
Poi
c’è il suo impero mediatico. Berlusconi non ha nulla di
un liberale. Non è né un uomo di destra, né un
uomo di diritto. Si riduce spesso l’opposizione a Berlusconi
degli inglesi e della maggior parte dei giornalisti americani a dei
conflitti d’interessi. Non lo è. Ricordiamo che
Berlusconi è il re dell’accentramento e che ha tentato
di raggruppare attorno a sé tutti i poteri della stampa e
della televisione (prima di voler raggruppare tutti i poteri:
legislativo, esecutivo e giudiziario). Oggi siamo arrivati alla
seguente situazione, che i liberali di destra e di sinistra
giudicheranno spaventosa: il presidente del Consiglio possiede le
reti private più seguite (essezialmente reti di
intrattenimento che rimpinguano l’ideologia capitalista:
giochi, sfide tra poveri che si massacrano e danno al pubblico
l’illusione di superiorità, compassione da due soldi,
imbecillimenti organizzati, pornografia) e dirige, grazie alla sua
posizione politica, le reti dette nazionali. Non contento di questo
impero, arriva ad esigere di poter controllare le nomine dei
direttori di rete, il contenuto delle trasmissioni e la scelta dei
giornalisti nelle trasmissioni dette “politiche”.
Basterà
un esempio. Le recenti faccende che intaccano l’immagine del
presidente del Consiglio: le dichiarazioni stupefacenti di sua
moglie, il suo divorzio, le relazioni che aveva con una minorenne,
quelle che lo legano all’ambiente della prostituzione di Bari,
il rodeo sessuale che ha portato una trentina di giovani donne nella
sua dimora, il fatto che queste donne abbiano potuto fotografare la
casa in tutta libertà; lo si vede, nababbo con la bandana di
una repubblica della banane che mai si ammoscia vestito di bianco,
mentre canta come un animatore di club vacanze. Questi fatti, dunque,
non sono stati giudicati degni di essere diffusi dai direttori
dell’informazione di Rai1. E la metà del paese non sa
dunque quello che sta succedendo. La metà? L’80% degli
Italiani si informa solo attraverso la televisione.
Il
suo potere, non dimentichiamolo, arriva ai giornali. Perché
egli ne possiede (ha appena nominato Vittorio Feltri alla direzione
de Il Giornale – quotidiano che appartiene alla famiglia del
presidente del Consiglio e di cui dire che è proberlusconiano
sarebbe un eufemismo pericoloso- e la maggior parte della sua
redazione è costituita da persone accusate in processi
mafiosi); perché le sue società entrano nel capitale
della magior parte delle grandi case editrici, ed infine perché
i suoi poteri economici sono tali che può far chiudere dei
giornali chiedendo alle grandi società di non fare pubblicità
da coloro che nuocciono alla sua immagine.
Terzo,
la sua relazione con il potere giudiziario. Poiché fa politica
per poter sfuggire ai processi che non smettono di minacciarlo,
Silvio Berlusconi ha fatto della giustizia la priorità delle
sue riforme. Le leggi ad personam hanno avuto il loro effetto. È
riuscito a far passare un decreto (la legge Alfano) che lo mette al
di sopra della legge – intendiamo che ha fatto passare in
Parlamento una legge che decreta la sua impunità. Ma c’è
di più. Ha fatto ridurre il tempo di prescrizione e aumentare
il tempo dei processi. Queste leggi cesoia gli permettono di sfuggire
alle condanne; il tempo della cassazione è così lungo
oramai che la prescrizione interviene sempre prima che giustizia sia
fatta. Egli denigra i giudici (la cui aurea aveva permesso a mani
pulite di diventare un vero e proprio movimento politico). Questo
scandalo ha un effetto demoralizzante sul paese. Quando si vede un
corrotto capace di corrompere le leggi che potrebbero sanzionare la
sua corruzione, non restano più molte soluzioni. Ve le
lasciamo immaginare. Esse vanno dalla disperazione alla violenza.
In
ultimo, la sua relazione con la politica. Berlusconi non ama la
politica. Non ama le idee, non ama i libri, non ama i discorsi. Egli
incarna in questo senso una figura decisiva della società
dello spettacolo. Quando tutto è stato trasformato in
spettacolo, il discorso non serve più a niente. Il discorso
svela senza mostrare, si avvicina alla realtà senza pretendere
di superarla o di rimpiazzarla, ne denuncia le complessità, le
contraddizioni, le sovrimpressioni, lo spessore storico. Sono quindi
i discorsi che bisogna far tacere, rimpiazzandoli con delle immagini.
È la logica che bisogna distruggere con la
spettacolarizzazione del reale: mai una censura è stata così
perfetta.
Il
6 agosto 1968, nel momento di presentare la cronaca intitolata “Il
caos” che stava per pubblicare nel settimanale Il Tempo,
Pasolini scriveva: “Ci sono più ragioni [per il mio
contributo]. La prima è il mio bisogno di disobbedire al
Buddha. Buddha insegna a staccarsi dalle cose (per dirla
all’occidentale) e il disimpegno (per continuare con il
grigiore di questo linguaggio occidentale): due cose che sono nella
mia natura. Ma c’è in me un bisogno irresistibile di
contraddire questa natura. ” E continuava: “Per
giustificarmi, invoco la necessità “civile” di
intervenire nella lotta di tutti i giorni, nella lotta quotidiana per
urlare quello che secondo me è una forma di verità”.
Con la poesia e i film di Pasolini, con i suoi romanzi incandescenti,
e di cui si può pensare che l’ultimo, Petrolio, non è
estraneo agli avvenimenti che hanno causato la sua morte, ricorderemo
l’attività giornalistica di Pasolini: la sua
collaborazione con quotidiani e settimanali che hanno dato vita ai
volumi decisivi degli Scritti
corsari,
dell’Empirismo
eretico e
delle Lettere
luterane.
I
suoi interventi non si contentano di notare quello che è
(tanta è la capacità di diagnostica che manca a molti
dei nostri contemporanei). Essi prevedono quello che succederà
(caratteristica, questa, delle «democratic vistas» dei
poeti, secondo la formula di Walt Whitman). Meglio ancora: essi
immaginano anche quello che è preferibile.
Ci
manchi Pasolini.
[Articolo
originale "Berlusconi, l’homme qui a mis le spectacle à
la place de la politique" di Martin Rueff]
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